FABER: L’OMAGGIO DI LE FIL NOIR AL GRANDE POETA

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Fabrizio De Andrè è un viaggio che costringe a fermarsi dove c’è fango. Obbliga a rigenerarsi nelle ceneri, a morire un po’ ogni volta e ogni volta un po’ a rinascere. E’ un viaggio in cui si respira tutta la sua poesia, fatta di disperati, di ultimi, di impiccati, che mai amati, amano di più. Fabrizio De Andrè è esplorare i loro sentieri fino all’anima che pulsa, seppure in un solo accordo, vita e umanità.

La forza predicata da Fabrizio De Andrè, è tutta qui, in questi posti d’anima, in cui vinti a noi stessi, “nella pietà che non cede al dolore”, si incontra l’arma di Faber, la sua parola. Parola che ha sulle sue spalle il peso di ogni responsabilità, che costringe a “sentire”, a rabbrividre, a ritornare, ad abbandonarsi in un meraviglioso viaggio di sensi. Una parola che diventa sulla sua bocca poesia. Muovendo le tese corde della vita e creando con esse melodie incantevoli, seppure crude e forti, Faber ci insegna a non perderci seppur remando “in direzione ostinata e contraria”, perché la sua poesia incandescente è giunta alle strade, alla gente, toccando tutti i sensi dell’emozione.

Ma da dove parte la sua poesia? De Andrè si assegna l’arduo compito di “traversare la cultura”: la letteratura amata da Faber, si riversa nelle sue canzoni e forti sono gli echi letterari. In una intervista dichiarò:

“No. Non dico i miei versi; ma quelli degli altri, di poeti grandi, veri classici, che ogni tanto rubacchio dai testi sacri e li infilo nelle mie canzoni”.

Un lavoro da mosaicista puntiglioso e attento, ma come artigiano delle parole, De Andrè dialoga con i testi di riferimento per poi dare alla luce nuova poesia, nuova umanità. Lo si vede ad esempio per le sue “ballate”. Intrise di Medioevo già nel titolo, le ballate di De Andrè “danno alla sua musica una varietà di argomenti alti e altri. Vediamo come prendendo ad esempio La ballata dell’amore cieco o della vanità che cercheremo di esaminare in questo omaggio a lui dedicato. Concentrandoci solo sul testo, al centro vediamo la possente presenza di una donna, che non è donna comune ma femme fatale. Spostando lo sguardo più in basso, ai suoi piedi, troviamo un uomo innamorato. Un quadro che nella mente richiama altre ombre. Difatti, non è difficile sentire l’eco del suo amato Baudelaire, dal quale parte per poi allontanarsi.

La femme fatale di Baudelaire, ha sete di sangue e di morte, e ne avrà fino alla fine. In De Andrè quest’anelito cessa. L’uomo innamorato accetta tutte le volontà della donna amata. Quindi, prima il cuore della madre per darlo in pasto ai cani, poi la sue vene. L’amato è pronto al sacrificio. Questa ferocissima donna ha tutti i tratti frequenti in Les Fleurs du mal e in tutta la poesia che da Baudelaire discende. In Boudelaire, è la stessa donna a strappare il cuore a quell’uomo innamorato, per poi darlo in pasto alla sua bestia preferita.

Ma d’improvviso appare, forse più violenta, l’umana conversione, la tacita rivoluzione, la ferma mano di De Andrè: sta compiendo il suo processo di umanizzazione. La donna fatale di Boudelaire non si pente mai della propria crudeltà, che le è sostanziale. Quella di Faber è donna fatale, ma costretta all’amarezza e alla solitudine:

Ma ancora in questa ballata c’è un altro richiamo letterario. Il soggetto è ripreso dalla poesia Cuore di mamma del francese Jean Richepin, che a sua volta segue i tratti baudelairiani della famme fatale. Anche qui infatti il tema sembra lo stesso: la poesia narra la tragica storia di un uomo che si innamora follemente di una femme fatale che non solo non lo ricambia, ma gli impone di uccidere la madre per portarle poi il cuore :

C’era una volta un povero idiota
molto molto molto tempo fa
molto molto molto tempo fa
c’era una volta un povero idiota
che amava una ragazza e non lo ricambiava.
Lei gli disse: ”Portami domani”
molto molto molto tempo fa
molto molto molto tempo fa
Lei gli disse: ”Portami domani
Il cuore di tua madre per il mio cane.”
Lui andò da sua madre e l’ammazzò
molto molto molto tempo fa
molto molto molto tempo fa
Lui andò da sua madre e l’ammazzò
E le strappò il cuore e corse indietro.
Mentre lo portava inciampò e cadde
molto molto molto tempo fa
molto molto molto tempo fa
Mentre lo portava inciampò e cadde
E il cuore rotolò in terra.

Ma Richepin sceglie di contrapporre, seppure in un solo verso, a questa donna, un’altra donna, la madre. Qui De Andrè si allontana: in lui la figura materna resta muta vittima, sussurrando l’atrocità della follia, la violenza dell’amore, la crudeltà della femme fatale.

“e mentre il cuore rotolava
molto molto molto tempo fa
molto molto molto tempo fa
e mentre il cuore rotolava
si udì il cuore che parlava
il cuore gli disse piangendo
molto molto molto tempo fa
molto molto molto tempo fa
il cuore gli disse piangendo
“ti sei fatto male figlio mio?”

In De Andrè può parlare solo una donna. E lo farà quando tutto sarà compiuto, quando addosso sentirà il peso del sangue secco della solitudine e del rimorso. Il ritmo swing sostiene e muove la tragedia che sembra amplificata dalla ritornata umanità della donna fatale. La stessa umanità bramata e cantata dal grande poeta.

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