CIO’ CHE PAOLO DISSE A FRANCESCA

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disegno di: Marilena Luciano

di: Lorenzo Fiorito

Pene d’amore eterne nella nuova, originale canzone di Angelo Iannelli.

“What if”: cosa avrebbe detto Paolo, il giovane amante di Francesca se Dante, nel canto V dell’Inferno, avesse dato voce anche a lui e non solo alla donna?

Lei è la sola che il poeta fa parlare, al riparo momentaneo dalla bufera infernale che tormenta le anime dei lussuriosi. Francesca ricorda la sua storia dolcemente, con parole mai malevoli, addolorata ma senza animosità. Vorrebbe perfino pregare per Dante: “se il re dell’universo ci fosse amico, lo pregheremmo per la tua pace, poiché ti commuovi per il nostro male”.

Mentre lei racconta la vicenda d’amore finita tragicamente, Paolo piange in silenzio accanto a lei. Noi possiamo immaginare appena il dolore del giovane; ma il suo pianto doveva essere veramente disperato, se la vista delle sue lacrime commuove Dante a tal punto che sviene:

 

Mentre che l’uno spirto questo disse,

l’altro piangea; sì che di pietade

io venni men così com’io morisse.

 

Che cosa ha detto (avrebbe potuto dire) Paolo, ce lo raccontano Angelo Iannelli ed Annalisa Parente,  autori del testo di questa canzone, Paolo a Francesca, musicata dallo stesso Iannelli.

Nella canzone Paolo si rivolge a Francesca, mai a Dante, che evoca solo di passaggio con uno sprezzante “lui”:

E mentre lui ci racconta e poi si commuove,

io impazzisco di rabbia e mi tengo il cuore.

 

Quanto Francesca è dolce e mite, tanto Paolo è pieno di dolore e rabbia, e perfino risentimento: le sue sono parole autentiche, terribili, strazianti. Ma non è pentito, non rinnega nulla, non vuole il perdono divino, anzi sfida l’ordine costituito:

 

… vorrei solo sfiorarti la pelle,

non ci serve il tuo Dio, non mi servono stelle.

Nel suo sfogo. Paolo afferma ancora la sua passione travolgente, a cui non rinuncia nemmeno nel tormento eterno, non accettando il giudizio divino. È un amore assoluto, carnale e umanissimo, che non accetta vincoli, libero anche a costo di essere blasfemo.

Francesca, ci ricorda Dante, ancora condivide questo sentimento, ma con mite rassegnazione:

 

Amor, ch’a nullo amato amar perdona,

mi prese del costui piacer sì forte,

che, come vedi, ancor non m’abbandona.

 

Lei ammette la colpa e accetta la punizione. Per Paolo questo è intollerabile: non si cura della legge divina, ma si sente vittima predestinata dell’amore.  Capisce che il gioco di cui sono solo pedine è finito nel modo in cui Amore (non un dio, a questo punto, ma un demone) voleva che finisse, con la sconfitta, col dolore e la morte.

Tutto era già scritto:

 

L’amore non ci ha perdonati,

stupide pedine di sogni già dannati.

 

Iannelli e Parente sono giovani, figli di questi anni in cui tutto si espande in tutte le direzioni, tranne che in profondità o verso l’alto; ma essi riescono con questo testo a restituirci un romanticismo, anche tragico, d’altri tempi, sublime e cupo, con un linguaggio semplice e diretto, fatto di parole ed emozioni comprensibili per tutti.

La canzone ovviamente non è fatta solo di un testo bello e originale, ma anche di una costruzione musicale e di un arrangiamento che la sorreggono perfettamente, e che chiudono sapientemente il pezzo su un accordo sospeso, una melodia irrisolta, come una pena d’amore che non guarisce, un dolore che non avrà mai fine.

Angelo Iannelli crea qui un’atmosfera evocativa che conferma la sua cifra intimistica e sentimentale. Il testo è quasi raccontato più che cantato, in uno stile che dà rilievo alle parole, esaltandone l’energia interiore, non diversamente dai grandi cantautori italiani, una scuola e un genere musicale (e perché no, letterario) a cui Iannelli di diritto appartiene.

Per ascoltare la canzone clicca QUI

 

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