VERDI, IL ‘DON CARLO’ E LA RICERCA DELL’INFELICITA’

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Il pubblico che assiste al Don Carlo di Verdi si sente spesso smarrito alla fine. L’opera, certo la più tenebrosa di Verdi, ha colori forti che spiccano su uno sfondo cupo, come in un quadro di Caravaggio o di Velasquez; in essa, si intrecciano conflitti personali, controversie politiche e dispute teologiche, il tutto culminante in un finale ad alta intensità drammatica, che può facilmente lasciare gli spettatori a chiedersi qual è veramente l’epilogo. Verdi trasse il Don Carlo da un dramma di Schiller ambientato nel 16° secolo in Spagna, ai tempi dell’inquisizione. Riproponendo tutta la complessità, e anche la confusione, del dramma storico, ci ha lasciato una grandissima opera, che è anche la sua più lunga. È un lavoro monumentale, che contiene quasi ogni immaginabile dilemma morale, e ad ognuno di essi presta un riconoscibile volto umano, anche la faccia che vediamo ogni giorno nello specchio.

Dal momento in cui l’opera fu rappresentata per la prima volta a Parigi nel 1867, essa ha avuto diverse riscritture ma due sono le versioni rappresentate comunemente: quella su libretto francese (Don Carlos) in cinque atti, e l’altra su libretto italiano (Don Carlo, senza la s), che di atti ne conta quattro.

Nella scena iniziale della versione francese, Carlo, l’Infante del re Filippo di Spagna, vaga nei boschi francesi. Come parte di un trattato di pace tra le due nazioni, gli è stata promessa la mano della principessa Elisabetta di Valois. La splendida aria di apertura in cui Carlo dichiara il suo amore per lei “Io la vidi” https://www.youtube.com/watch?v=KG2FnrRuQJA ci trasporta subito nel centro emotivo della storia.

Appare Elisabetta ed essi, in un duetto, subito si dichiarano reciproco amore. https://www.youtube.com/watch?v=YMLUMcb2NPA

Ma, con uno dei tipici rovesci del destino con cui Verdi ama maltrattare i suoi personaggi, il padre di Elisabetta dichiara che lei deve invece sposare il re Filippo, il padre di Carlo. Lacerata tra il desiderio di amare e il dolore per il suo fato crudele, Elisabetta sceglie il dovere invece che la felicità.

Carlo intanto, che è turbato dal fantasma di suo nonno, il re Carlo V, vive una vita infelice a corte. C’è una cupa intensità in questo personaggio che si manifesta in una certa qual fanciullesca ombrosità. Il suo amico e confidente Rodrigo, marchese di Posa, è uno di quei paladini della libertà (sostiene la causa delle Fiandre oppresse) che tanto piacevano a Verdi ed è forse il personaggio drammaturgicamente più bello dell’opera, anche se non il più avvincente musicalmente.

In Don Carlo si sono numeri musicali di grande bellezza, ma alcuni momenti particolarmente cruciali. Nel secondo atto, la Principessa Eboli, dama di compagnia di Elisabetta, canta la canzone del velo “Nel giardin del bello”, in cui narra la storia di un sultano stanco della moglie che chiede per amante una danzatrice velata. Alla fine, la danzatrice si rivela essere sua moglie, e così desiderio e dovere almeno per una volta convergono.

https://www.youtube.com/watch?v=YKLd8g1vOMU

Verdi rimodella questo racconto a modo suo all’inizio del terzo atto: la principessa Eboli, innamorata di Carlo, si presenta mascherata a un appuntamento notturno con lui. Quando lei si svela, Carlo è sconcertato: pensava che Elisabetta gli stesse finalmente cedendo. Certo una conclusione meno felice di quella della canzone del velo.

Nella scena successiva arriva il Grande Inquisitore accompagnato da una lugubre marcia funebre: per lui gli eretici (i ribelli) devono bruciare. Il coro (il popolo), esulta nel vedere i traditori messi al rogo. https://www.youtube.com/watch?v=Y0axp-0i21M

Alla cupa scena restituiscono umanità gli appelli dei fiamminghi per la libertà. Ma Filippo è implacabile (la ribellione contro di lui è una ribellione contro Dio, un’eresia appunto) e Carlo viene arrestato per aver difeso la loro causa.

Il clima oppressivo della controriforma spagnola, fatto di assolutismo monarchico e fanatismo religioso, viene reso qui superbamente. Mentre gli eretici bruciano, una voce di soprano che canta in lontananza, promette che essi saranno ricompensati in cielo.

Il compositore considerava la scena dell’autodafé la cosa migliore nell’opera; ma è solo nell’atto successivo che si giunge al vero climax. Troviamo Filippo che, solo nel suo studio, medita tristemente sul fatto che la moglie non lo ama “Ella giammai mi amò”.  https://www.youtube.com/watch?v=lzwwGYqyK-cEntra il Grande Inquisitore, cieco e decrepito, ma ancora animato da un irriducibile fuoco. Dice a Filippo che non deve mostrare alcuna pietà per Carlo, il figlio ribelle. Filippo risponde che non può essere così duro. “Tutti devono essere messi a tacere per esaltare la nostra fede”, è la richiesta dell’Inquisitore. Qui il duetto tra i bassi è straordinario, letteralmente da  brividi. https://www.youtube.com/watch?v=7pNxU4ck8BI

La complicata storia compositiva dell’opera si riflette nel finale irrisolto, in cui non tutti i fili del Don Carlos vengano tirati. Il duetto di addio tra Elisabetta e Don Carlo è meraviglioso, https://www.youtube.com/watch?v=z5qXR_IekfQ ma quando appare il fantasma del vecchio re Carlo V e porta suo nipote in cielo, dove finalmente troverà la pace, tutto sembra confondersi di nuovo.

Don Carlo ha assolutamente tutto quello che un appassionato d’opera può desiderare: personaggi carismatici, scontri di ideali e grandi pezzi musicali in cui Verdi mostra sempre la sua profonda partecipazione umana alle vicende che descrive.

L’opera è forse il primo frutto pienamente maturo dell’arte verdiana, in cui il compositore rende più densa la sua drammaturgia e affina il linguaggio con cui descrive le passioni dei personaggi.

Domina in esso il tema forse più caro a Verdi, la ricerca incessante e disperata di una soluzione ad un dilemma da sempre presente nella cultura occidentale, a cominciare dall’Antigone di Sofocle: il conflitto fra il dovere pubblico e la libertà o felicità privata, che aveva già tormentato Simon Boccanegra e ancor prima aveva angustiato i protagonisti della Forza del destino, così come Riccardo nel Ballo in maschera. Anche in Don Carlo quel conflitto si risolve nella scelta consapevole dell’infelicità, con Elisabetta che accetta di sposare Filippo II, rinunciando all’amore appena nato per Don Carlo.

di Lorenzo Fiorito

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