A.D.

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A. D.

Penso a come dire questa fragilità che è guardarti,
stare insieme a cose come bottoni o spille,
come le tue dita, i tuoi capelli lunghi marrone.
Ma d’aria siamo quasi, in tutte le stanze
dove ci fermiamo davanti a noi un momento
con la paura che ci ha assottigliati in un sorriso,
dopo la paura in ogni mano, o braccio, passo,
che ogni mano, o braccio, passo, non ci siano.

Mario Benedetti (Udine, 1955), da Umana Gloria (Mondadori, 2004)

Metro:Un’unica gittata strofica di otto versi, di varia misura ma tutti più lunghi dell’endecasillabo, che danno alla poesia un ritmo lento e cadenzato.

Commento: Il tema della poesia è l’impossibilità di ricondurre a unità la complessità delle esperienze umane. Come in un quadro cubista, la realtà che percepiamo, gli oggetti, i pensieri, perfino le emozioni si presentano scomposti e disarticolati. Anche la persona amata, anche il poeta stesso non sono definiti nella loro interezza, ma attraverso poche parti anatomiche. La fragilità è questa incapacità di avere una visione (una comprensione) coerente e piena della vita; la paura (che nella tela poetica si fissa in un sorriso esorcizzante) è che nulla esista veramente, né dentro né fuori della nostra coscienza, forse neanche noi stessi.

Mario Benedetti, nato a Udine nel 1955, vive e lavora a Milano. Nel 1986, insieme ad altri, fonda la rivista di poesia contemporanea “Scarto minimo”. Inizia a pubblicare nel 1989 ma per comprendere al meglio la sua poetica sono importanti soprattutto le sue ultime raccolte: Umana gloria (2004) con cui si impose all’attenzione di critici e lettori, Pitture nere su carta (2008), Tersa morte (2013).

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