LA BRACE DEI PENSIERI

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Martina sapeva di aver oltrepassato il limite, di essere stata ogni cosa, di aver aperto delle porte che forse dovevano, per lei, restare chiuse, e proprio per questo, vicina ad una verità tortuosa era stata schiacciata dalla sua stessa forza.

Luca non reggeva più lo sguardo di lei, nudo davanti ai suoi occhi e privo di difese, l’aveva confinata in una di quelle stanze buie in cui non si vuole guardare.

Intanto le lancette dell’orologio sembravano essersi fermate e il tempo scorreva lentamente: ogni istante era scandito dal silenzio e l’assenza di rumori era tutto ciò che Martina riusciva a creare. Parlava solo con se stessa perché nel silenzio di lui si perdeva. Si girò su un fianco e gli occhi diventarono lucidi. Contemplava davanti a sé una notte di stelle, un cielo notturno.

In quel quadro c’era intensità, colore, follia, luce, che li doveva condurre a esplorare dintorni, percorrere e ripercorrere luoghi. Era Martina, era Luca. Erano loro insieme. Una notte all’aperto, un’atmosfera magica, una potenza incontrollabile in cui si erano smarriti. Ricordava in maniera nitida il momento in cui scelsero quel quadro. Pioveva e infreddoliti cercavano di ripararsi dall’acqua che cadeva violentemente. S’infilarono in un negozio, uno a caso, si guardarono intorno e quel quadro gli rivolse lo sguardo: incantò entrambi con la sua bellezza. Erano stati scelti. Aveva un odore oleoso, sereno e placido: sullo sfondo due persone che camminavano vicine, due vecchi che avevano vissuto testimoni uno della vita dell’altro e che sapevano ancora godere di una notte di stelle. Se lo regalarono. Era ciò che sentivano, rappresentava ciò che volevano essere: camminare insieme mano nella mano.

Ora era solo un ricordo, un quadro. Non aveva più l’odore della pioggia.

Non riusciva ad accettare che una bellezza così immensa e la potenza di una notte stellata fossero svanite nel nulla.

Emozioni, sensazioni, frammenti di vita che si erano mescolati e intrecciati, senza perdere i loro contorni, ora erano imprigionati in quella tela che ormai era solo un rettangolo alla parete, una notte tra tante.

Lo tolse dal muro. Non era più il suo posto.

La vita di Martina era memoria e desiderio: il ricordo la scaraventava indietro e il sogno la proiettava in avanti, ma il suo desiderio era imbevuto del passato che le toglieva il respiro. Non poteva alimentarlo, doveva lasciarlo andare. Doveva lasciare Luca, l’idea che aveva di lui, il suo odore, il suo corpo.

Il suo corpo forte e possente nascondeva una fragilità sconcertante, il suo incedere sicuro copriva i suoi passi malfermi, i suoi lineamenti marcati erano traditi dai suoi occhi verdi malinconici. Desideroso di trovare un equilibrio e allo stesso tempo di romperlo, si costringeva in schemi forgiati da lui che gli servivano per sopravvivere, ma lo allontanavano dall’essenza: era il suo stesso carnefice.

Luca era una fusione di sostanze, una miscela di passioni che implodevano dentro: ciò che trapelava era una calma serafica, un contrasto stridente, una creatura multiforme adorabile in ogni sua manifestazione. Riusciva ad apparire tutto ciò che non era e a mascherare con maestria ciò che aveva dentro, custodiva gelosamente tutte le sue emozioni; come un bambino che non possedeva ancora il dono della parola, ma chiaro in mente il concetto, non lasciava a nessuno i codici per comprenderlo, osservava il mondo e si riservava da lui. La sua era una vita di attesa, durante la quale l’anima si era spenta e il cuore taceva, impiegava tante energie per nascondersi, che se le avesse utilizzate per svelarsi, ora avrebbe un posto nel mondo. Il caos regnava dentro di lui, lo stesso disordine che Martina aveva affrontato senza chiedere il permesso, lo stesso delirio che l’aveva travolta, divorata, massacrata, distrutta. Martina era l’unica di fronte alla quale Luca non poteva scappare dal suo Io: Martina era specchio, verità, una verità scomoda che Luca voleva lasciar dormire.

Lo squillo del telefono la destò dai suoi pensieri e, come chi si è assuefatto da tempo ai mali dell’anima, con voce tranquilla rispose al telefono.

Dall’altra parte della cornetta Claudia, le chiese di uscire e accettò.

Aveva voglia di respirare e di imprimere nella sua mente nuovi pensieri, quelli ormai erano distorti. Martina aveva voglia di riempirsi, di colmare i vuoti e placare le inquietudini. La sua aveva avuto un sapore aspro, malinconico, non conosceva sfumature. Luca invece le aveva mostrato l’arcobaleno, le mezze tinte e i toni di colore. Le aveva insegnato ad essere serena, a essere leggiadra come la luna ma non meno profonda del mare.

Luca le diede le chiavi di uno di quei mondi in cui si può ridere di gusto e dove si impara a non aver paura degli squali. Assieme si erano resi migliori.

Avevano cercato di fondersi da dentro, donandosi l’uno all’altro senza riserve, di fare proprie le caratteristiche di chi gli stava accanto per continuare a possederle anche quando avrebbero percorso strade diverse.

Il loro amore fu sopra qualsiasi cosa la scoperta di se stessi: un modo per trovarsi e il combaciamento di pezzi. Il loro amore fu un viaggio nelle profondità degli abissi.

Fu solo un punto di partenza, entrambi avevano cognizione che i viaggi per esplorarsi nell’intimo, gli incontri con se stessi, dovevano essere compiuti in solitudine. Si erano donati gli strumenti per essere liberi di immergersi.

Martina persa nei suoi pensieri tardava all’appuntamento con l’amica che la aspettava al solito bar. Si preparò velocemente: il jeans a vita bassa metteva in risalto le forme, la maglia era in tinta con le scarpe alte.

Non aveva la moneta per l’ascensore, come sempre del resto, uscì di corsa, aprì il portone che batté dietro di lei e s’incamminò verso l’auto.

Nel tratto si accorse che aveva dimenticato le chiavi e indugiò perplessa sul da farsi: poteva raggiunger Claudia camminando, ma non ne aveva alcuna voglia. Frettolosamente tornò indietro continuando a frugare nella borsa quando inciampò in qualcuno: non aveva bisogno di alzare lo sguardo, le bastò respirare per riconoscere la sua immagine muta.

Avrebbe voluto esprimere settantaduemila pensieri in dieci parole, ma non emise neanche una sillaba. Sorrise e lui restò immobile per qualche istante.

Si abbracciarono, il tempo si fermò: era il loro modo di…

Lo scopriremo giovedì prossimo!

About author

Annalisa Castaldo

Nasce nel 1982 a San Giorgio a Cremano, a Napoli. Afferma che la scrittura cura, combacia i pezzi e conduce alla grande bellezza, quella di dentro. La passione che nutre la porta a conseguire la laurea specialistica in Filologia moderna, ottenendo poi la certificazione per insegnare italiano agli stranieri. Ha vissuto e insegnato in Inghilterra per diversi anni e ora vive e insegna italiano a Milano. Sogna di ubriacarsi di vita, di vino e di poesia. Non necessariamente in quest’ordine.

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