PERCH’IO NELLA NOTTE ABITO SOLO

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… Perch’io che nella notte abito solo

…perch’io, che nella notte abito solo
anch’io, di notte, strusciando un cerino
sul muro, accendo cauto una candela
bianca nella mia mente – apro una vela
timida nella tenebra, e il pennino
strusciando che mi scricchiola, anch’io scrivo
e riscrivo in silenzio e a lungo il pianto
che mi bagna la mente…

Giorgio Caproni, Il seme del piangere, Garzanti 1959

Metro: Otto versi, tutti endecasillabi tranne l’ultimo, che è un settenario. Rimano i vv. 2-5, e i vv.3-4: I restanti portano tutti quasi-rime o assonanze. Da notare che la poesia è aperta e chiusa da puntini sospensivi.

Commento: I puntini iniziali sembrano chiamare sottovoce la poesia fuori dall’oscurità. E come il cerino strofinato sul muro dà un po’ di luce alla stanza, così il pennino che scricchiolando verga versi su un foglio, dà sollievo all’angoscia della solitudine, al pianto che “bagna la mente” del poeta. Il rimando al Cavalcanti della “ballatetta” dell’esilio è evidente nell’attacco (“perch’io”), nel tema e nello stato d’animo che ingenera nel lettore. Ma non è il solo richiamo alla poesia delle origini: l’analogia vela/mente-ingegno del v. 4 risale almeno a Dante. Tra l’altro, la metafora della scrittura poetica come vela o barca, verrà riproposta in Ora serrata retinae (1980) da Valerio Magrelli:

Preferisco venire dal silenzio
per parlare. Preparare la parola
con cura, perché arrivi alla sua sponda
scivolando sommessa come una barca,
mentre la scia del pensiero
ne disegna la curva. (…)

Per Caproni scrivere poesie “guarisce le ferite” come dice Novalis. Ma il sollievo è provvisorio: l’ultimo verso (non a caso il più breve, come una voce che va scemando sopraffatta dal pianto) è chiuso da altri puntini sospensivi, che riconsegnano la strofa al silenzio e il poeta al buio della notte e della solitudine.

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